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L'Appello di Erri de Luca per il referendum del 17 Aprile

Facciamo nostro e pubblichiamo l'appello di Erri de Luca per il Referendum del 17 Aprile prossimo :ci pare importante contribuire fattiv...

mercoledì 7 febbraio 2018

Una interessante iniziativa

                                                                              
Segnaliamo questa iniziativa quanto mai opportuna in questo momento: partecipate


                                                                              

martedì 6 febbraio 2018

Uno spettro s'aggira per l'Europa (e non è quello del comunismo)


Viviamo in tempi complessi in cui all'orizzonte si accumulano segni di crisi e di incertezza sempre più evidenti. A me pare che uno spettro si aggiri per l'Europa e non è (purtroppo) quello del comunismo ma quello del razzismo più duro,quello omicida che è accompagnato da una xenofobia che è sempre più dilagante. Per tentare di arginare questo fenomeno e per impedire che si diffonda ulteriormente mi pare utile riprodurre sul nostro blog l'articolo pubblicato oggi sul "Manifesto" da Alessandro Portelli, uno dei nostri intellettuali più lucidi e preparati.



Aperta la diga dell’antifascism o dilaga l’odio razziale
Macerata. Linciaggi e rappresaglie sono sempre anche forme di comunicazione. È terrorismo nel senso stretto perché hanno lo scopo di terrorizzare le persone del gruppo


Di Alessandro Portelli


Lo scrittore afroamericano Richard Wright descrive nella sua autobiografia il clima di terrore che incombeva sulle comunità nere nel Sud della segregazione. Erano tempi, scrive, in cui un crimine commesso da un nero diventava un crimine commesso dai neri; e la conseguenza era la punizione collettiva, il massacro ritualizzato che abbiamo imparato a chiamare linciaggio.
Per molto tempo abbiamo creduto che queste cose fossero un tardo residuo di barbarie da superare con il progresso e la civiltà; quello che è successo nel 2018 nella civilissima città di Macerata conferma che il razzismo non è un residuo che ci lasceremo alle spalle ma un mostro che più credi di averlo ammazzato e più risorge, più orrendo di prima.
Penso ai linciaggi perché la strage tentata e sfiorata a Macerata (ma non ci dimentichiamo di quelle riuscite: Samb Modou e Diop Mor uccisi a Firenze il 13 dicembre 2011) ne ha tutte le caratteristiche tradizionali, con in più qualche variazione nostrana.
Intanto, l’intreccio fra ideologia razziale e ideologia di genere.
Precisamente come nel più tipico dei linciaggi americani, il terrorista nazifascista di Macerata ha preteso di agire per “vendicare” una donna bianca, Pamela Mastropiero, del cui

assassinio è accusato un immigrato africano. “Proteggere” le donne dalla minaccia nera significa farsi difensori della purezza della “razza” nell’atto di ribadire i ruoli arcaici di genere.
Il terrorista di Macerata peraltro non ha cercato di punire l’accusato, che comunque è già in carcere, ma ha sparato nel mucchio. Questo perché uno dei pilastri del razzismo è il rifiuto di riconoscere gli altri come individui: ogni singolo rappresenta l’intero gruppo e l’intero gruppo è responsabile delle azioni di ogni singolo – tanto che anche in questo caso, come spesso avviene nei linciaggi, la punizione collettiva diventa, o cerca di diventare, massacro di massa.
In Italia, il gesto di uno che si è tatuato un simbolo nazista sulla testa evoca anche altre punizioni collettive, come i “dieci italiani per un tedesco” delle rappresaglie naziste. Penso a Salvini, secondo cui la colpa non è di chi spara agli immigrati ma di chi li ha fatti entrare: gli immigrati, cioè, sono colpevoli per il solo fatto di esserci, proprio come gli ebrei per i nazisti.
ALTRA CARATTERISTICA del linciaggio è l’ambigua relazione fra la violenza “spontanea” e la complicità o il silenzio delle istituzioni che della violenza dovrebbero avere il monopolio. Questo è già insito in luoghi comuni come la flebile condanna del “farsi giustizia da sé”. Questo sventurato luogo comune sembra dare per scontato che di “giustizia” si tratti, come se la colpa del terrorista fosse quella di essersi arrogato una funzione dello stato che non è abbastanza rapido e duro nel punire.
Eminenti rappresentanti passati e, temo, futuri delle istituzioni, infatti, sono su una lunghezza d’onda comparabile: da un lato, Berlusconi propone anche lui una punizione collettiva sotto forma di deportazione di massa; dall’altro, dall’area governativa vengono discorsi sulla “sicurezza” e sull’urgenza di bloccare i flussi dei migranti, che rinforzano le stesse paranoie che hanno armato la mano del terrorista di Macerata. In altre parole: non meno assassini, ma meno bersagli.
INFINE, LA RITUALITÀ. LINCIAGGI e rappresaglie sono sempre anche forme di comunicazione: terrorismo nel senso stretto del termine perché hanno lo scopo di incutere terrore non solo alle persone colpite ma a tutti i loro simili. Perciò ritualità e simbolismo sono inseparabili dalla violenza immediata. Qui ci troviamo davanti a una ritualità e una simbologia – il tricolore, il monumento ai caduti, il saluto fascista – che ci fa capire quanto sia ancora difficile districare un’idea di identità nazionale dalle incrostazioni che gli ha attaccato addosso il fascismo. Il messaggio è chiarissimo: essere italiani significa essere fascisti.
LUCIDISSIMO DUNQUE il terrorista, altro che “gesto di un pazzo”. E comunque, anche se fosse: in ciascun luogo e tempo storico, la pazzia prende le forme che gli propone la “ragione” che ha intorno: se l’aria è satura dell’odio sano e normale verso i migranti, è logica che la “follia” si armi in quella direzione, assuma i simboli che i sani e normali condividono e amplificano, e faccia davvero quello che sente ripetere che andrebbe fatto.
Questa è la “ragione” che abbiamo intorno e che respiriamo, a partire dall’irresponsabile e sciagurato discorso di Violante sui “ragazzi di Salò”. Abbiamo legittimato i fascisti nello

stesso tempo in cui ci pentivamo di essere stati comunisti; abbiamo riconosciuto ai repubblichini i “valori” e abbiamo accusato i partigiani di “ideologia”.
Una volta aperta la diga dell’antifascismo, non c’è limite alle schifezze che possono tracimare e dare assuefazione al senso comune.
Richard Wright aveva paura, e dovremmo avere paura anche noi. In un paese dove ai bambini di San Saba viene impedito di cantare “Bella Ciao” perché “è di parte” (che sarebbe poi la parte della democrazia), non sono solo i migranti ma tutti gli antifascisti ad essere bersaglio di aggressioni e violenze diffuse e impunite (quanti sono oggi i condannati per apologia di fascismo?).
ALABAMA E MISSISSIPPI in salsa italiana, dunque? No, peggio. Mi è già capitato di dire che in Alabama, se non altro, lo ius soli esiste e nessuno lo mette in discussione (anche quel simil-Berlusconi di Donald Trump vuole deportare masse di migranti, ma non gli viene in mente di deportare i loro figli nati negli Stati Uniti e cittadini americani).
Soprattutto, ai tempi della segregazione in Alabama e in Mississippi qualche anticorpo c’era: e non penso solo a quelli che la comunità nera aveva generato da sé, come Rosa Parks, Fannie Lou Hamer, Martin Luther King, ma anche a Viola Liuzzo, a Andrew Goodman e Michael Schwerner, uccisi (col loro compagno afroamericano James Earle Chaney) per essere andati ad affrontare i razzisti sul loro stesso territorio, insieme a centinaia di ragazze e ragazzi bianchi e neri che sono andati al Sud a praticare l’azione diretta nonviolenta, e ne sono tornati vivi ma non senza aver conosciuto il carcere e le botte.
E penso a un ministro della giustizia come Robert Kennedy, che l’ha pagata cara anche lui. E da noi?
DA NOI, ASSUEFAZIONE e paura: fascismo, razzismo, nazismo sono parte della nostra quotidianità, tanto che non li chiamiamo più neanche col loro nome. Dice Matteo Renzi che non bisogna “strumentalizzare” il tentato linciaggio di Macerata. Ma strumentalizzarlo consiste precisamente nel rifiutarsi di chiamarlo col suo nome, cioè nel rifiutarsi di dire una parola chiara sul fascismo, il nazismo e i loro portatori attuali, per la preoccupazione strumentale di perdere qualche voto fra un mese.
In altre parole: la ex sinistra è convinta che contro la deriva razzista e nazifascista non ci sia più niente da fare, e quindi niente fa.
Anche perché ha paura.

venerdì 2 febbraio 2018

"Mein Trump" ovvero un esempio calzante di satira politica



Siamo felici di poter segnalare a coloro che ci seguono un accattivante evento dal titolo "Mein Trump" che si svolgerà al caffè letterario Le Murate Mercoledì 7 Febbraio 2018 alle ore 18. L'occasione sembra proprio quella giusta per divertirsi e far funzionare un po' di senso critico qualità sempre più in crisi di questi tempi. Ci vediamo li? Noi ci saremo.
                                         


                                                                    

sabato 27 gennaio 2018

Comunicato Stampa per l'iniziativa del 3 Febbraio 2018 alla Polveriera






Il Sessantotto in Italia cominciò nel sessantasette: Trento, Pisa, Torino….  Ma a Firenze cominciò il 30 Gennaio del 1968 quando, una grande manifestazione di studenti, fu caricata dalla polizia in piazza S. Marco. Di seguito, furono occupate tutte le facoltà universitarie e si scioperò per molti giorni nelle scuole; poi a Roma ci fu Valle Giulia.
 Su questo e su molte altre cose, l’Archivio del ’68 di Firenze e l’associazione Firenze, le piazze degli anni ’70, organizzano il convegno nazionale: “Dal Sessantotto a oggi: continuità e mutamenti di percorsi”; a cui parteciperanno alcuni dei protagonisti di quegli eventi (Guido Viale, Oreste Scalzone, Franco Piperno) e molti altri non altrettanto conosciuti.
Ci vediamo Sabato 3 Febbraio 2018 alle ore 15 alla “Polveriera” sopra il teatro di S. Apollonia (Via Santa Reparata 3), luogo simbolo del Sessantotto a Firenze.

Maurizio Lampronti
(Presidente dell’Archivio ’68 di Firenze)



lunedì 22 gennaio 2018

A cinquant'anni dal '68. Una prima iniziativa



Quest'anno ricorre il cinquantesimo del '68 e il nostro Archivio intende ricordare questo evento epocale con alcune iniziative: il prossimo 3 Febbraio 2018 presso lo spazio della "Polveriera" di Sant'Apollonia in Via Santa Reparata a Firenze sarà tenuto un convegno in cui alcuni dei maggiori rappresentanti faranno il punto su ciò che è rimasto e su cosa è cambiato in questi cinquanta anni, sopratutto quali percorsi hanno compiuto coloro che furono tra i protagonisti di quell'evento. Sarà organizzata una mostra con i materiali del nostro Archivio e sarà anche il modo per dare un po' di visibilità al lavoro che è stato fatto per la conservazione dei materiali e della memoria. A maggio invece sarà organizzato un doppio convegno : uno con la partecipazione degli storici che faranno il punto sullo stato della ricerca e un altro  con gli archivi di movimenti che,come il nostro, conservano materiale di quel tempo per cercare di stabilire un contatto,un collegamento tra tutti coloro che si occupano di questo argomento.

                                                                      

Antifascismo e altro nella campagna elettorale : un contributo


Si è aperta una campagna elettorale molto incerta all'insegna della confusione più totale: con una classe politica inadeguata( a dir poco) : uno dei dati che emergono con più chiarezza è il rinnovato attivismo della galassia di destra in cui brillano (si fa per dire) Casa Pound e Forza Nuova. E non si tratta soltanto di un attivismo elettorale normale ma si segnala un ritorno a forme di violenza "antiche" come l'aggressione fisica e le minacce di morte.Ultima in ordine di tempo è la lettera con due pallottole e una scritta inequivocabile (Ti ammazziamo) recapitata alla Sindaca di Empoli. A me pare che la reazione delle forze politiche e della società in generale sia del tutto inadeguata per cui vorrei far conoscere un intervento molto puntuale e preciso dei Wu Ming su questa questione espresso da un articolo che è apparso sul loro Blog "Giap". Credo che sia utile per riflettere meglio ( e agire).







Antifascismo e anticapitalismo nell’Italia di oggi. Note sul conflitto surrogato e quello vero



Wu Ming 1






[Un’anticipazione del capitolo 6 di Predappio Toxic Waste Blues. Fa parte della terza e ultima puntata, che uscirà mercoledì 15 novembre, ma è leggibile autonomamente.  Le prime due puntate sono qui.  Buona lettura.]

di Wu Ming 1

È orribile doversi occupare dei fascisti, di chi li sdogana, di chi li corteggia, di chi ci beve lo spritz assieme. Si vivrebbe meglio, senza tutti costoro, senza doverne scrivere. Negli anni scorsi, in effetti, molti hanno proposto di ignorarli: non ragioniam di lor ma guarda e passa, «non abbassiamoci al loro livello», «se li contesti gli fai pubblicità» ecc. Una fallacia logica dietro l’altra, per una linea di condotta nefasta.

«Non mi abbasso al loro livello». Come i bimbi che si coprono gli occhi e credono che, così facendo, il mondo intorno scompaia. Mentre non si ragionava di lor, i fascisti suonavano il piffero e si tiravano dietro la gente.
Lasciando fare i fascisti o addirittura isolando chi li contrastava, magari ripetendo, senza capirla minimamente, una frase di Pasolini sul «fascismo degli antifascisti» si è permesso loro di allargarsi e conquistare spazi.




No, a far loro pubblicità, ad amplificarne i messaggi a dismisura, a renderli  glamorous è stata la televisione,   sono stati i talk show. Quelli di tutte le reti, ma soprattutto quelli de La 7, che negli ultimi anni è diventata un bivacco di manipoli. Bivacco diurno e serale, ospitale e confortevole. A stendere il tappeto sono stati i conduttori criptofascisti, ma anche quelli «democratici», che hanno accolto nei loro salotti duci e ducetti dell’ultradestra, capicenturia del razzismo «civico» organizzato, führer del fascioleghismo, “dialogando” con loro, e mentre “dialogavano”, ogni loro gesto, ogni mossetta, ogni espressione diceva: «Ammiratemi, guardate come sono aperto e liberale, guardate fin dove mi spingo nel confronto democratico», e al tempo stesso: « Non cambiate canale, guardate che razza di freak vi sto mostrando, tra poco dirà qualcosa di oltraggioso, s’alzerà un  polverone, stasera faccio uno share della madonna, per commentare usate il solito hashtag».

Ma col tempo i freak sembrano sempre più «normali», e i polveroni non s’alzano più ma  gravano sui discorsi e   non vanno via, sono perenni, come cappe di smog. Ospitare fascisti diviene consueto, la loro presenza si adagia nella sfera dell’ordinario e così anche i loro discorsi sono potenzialmente accettabili. Ovvero: criticabili, ma  legittimi.
E no, questo lugubre spettacolo non può difendersi invocando il «diritto di cronaca», o l’«inchiesta». Se fossero esistiti i talk-show
Amerigo Dumini
nei giorni del delitto Matteotti, avrebbero invitato Dumini e diviso gli ospiti tra pro e “contro” l’omicidio. Non è «diritto di cronaca», non è giornalismo, è (absit iniuria) teatro. E, da che mondo è mondo, quando a teatro lo spettacolo fa schifo, si lanciano i pomodori. O peggio.

Intanto, fuori da quei salotti, i camerati aggrediscono, accoltellano, talvolta   uccidono. Centinaia di aggressioni negli ultimi anni , e sono solo quelle denunciate, quelle che hanno meritato perlomeno un trafiletto, un titolo di giornale locale. Storie che nei talk-show non ci arrivano, e se arrivano, passano fugacemente, in un “servizio”, poi si dà di nuovo la parola al ducetto di turno, assiso in studio, per consentirgli di svicolare, cambiare argomento, imporre la sua agenda.
Non contrastare i fascisti; lasciarli parlare; citare una frase di Voltaire che Voltaire non ha mai scritto… Una linea non solo nefasta, ma gretta, perché da privilegiati, da inabili alla solidarietà: molte persone, infatti, non possono permettersi di
«ignorare» il fascismo, perché è il fascismo a  non ignorarle, le va a cercare, le colpisce. Soprattutto   loro
vivrebbero meglio, senza i fascisti e i loro reggimoccolo.

È orribile, è schifoso doversi occupare dei fascisti. Non conosco nessuno che lo faccia volentieri. Se non ci  fossero i fascisti, avremmo più tempo, più concentrazione per affrontare altre urgenze. Urgenze enormi,    mondiali: lo sconvolgimento climatico già in corso, le siccità e carestie, la crisi idrica globale, l’esaurimento delle risorse, la devastazione del territorio, le guerre e gli esodi che tutto questo provocherà… Tutti disastri causati dal capitalismo, il modo di produzione più cieco, predatorio e di corto respiro che sia mai esistito sul pianeta.
Ma… è proprio questo il punto! Il fascismo è un dispositivo che fabbrica a ciclo continuo falsi problemi e false soluzioni a quei problemi, quindi false al quadrato. Il fascismo è una «macchina mitologica» che produce bufale diversive, descrive nemici fittizi, addita capri espiatori. Il fascismo intercetta pulsioni ed energie malcontento, voglia di gridare, di ribellarsi, di organizzarsi, di fare cose insieme e le incanala in conflitti surrogati, sperperandole, dissipandole. Cos’altro sono le barricate contro l’arrivo in paese di profughi (spesso minorenni), cos’altro sono le mobilitazioni contro la «teoria del gender», il «Piano Kalergi», «le ONG», lo ius soli che avvierà


la «sostituzione etnica», i «35 euro al giorno agli immigrati»? Cos’altro sono i demenziali complottismi su Soros (l’ebreo!) che paga tutto e tutti, cos’è tutto questo, se non anticapitalismo deviato e aberrato?

Sempre attuale la massima di August Bebel: «L’antisemitismo è il socialismo degli imbecilli». Il razzismo è l’anticapitalismo di chi è reso imbecille dalla macchina mitologica fascista.

Il fascismo propaganda una falsa rivoluzione: blatera di «mondialismo», di «poteri forti», di «plutocrazie», di oscuri complotti «là in alto», ma guardacaso colpisce sempre in basso. Se la prende coi deboli, coi marginali, coi più sfruttati e ricattabili, con le minoranze, i “disturbanti”, gli incollocabili, perché la sua “rivoluzione” è un mascheramento della guerra tra poveri: guerra dei poveri contro i più poveri, dei penultimi contro gli ultimi, del ceto medio pavido d’impoverirsi contro il ceto medio già impoverito, e del ceto medio impoverito contro la working class  che è sempre più multietnica e meticcia, quindi a maggior ragione!







Il fascismo chiama a una guerra vicaria che impedisca di combattere quella vera, la guerra dal basso verso    l’alto. Era così nel 1919, è così adesso e sarà così nel 2019, perché il fascismo serve a quello, da sempre, il sistema capitalistico lo ha generato ad hoc. Il fascismo fu fondato (anche) da ex-rivoluzionari che seppero usare   il linguaggio della rivoluzione per fare la controrivoluzione. La stessa parola «fascio» fu rubata al movimento operaio.
Riempiendosi la bocca di “rivoluzione”, i fascisti distrussero ogni organizzazione rivoluzionaria, uccidendone i membri o costringendoli all’esilio, facendo piazza pulita per conto dei poteri costituiti. Parlando del «popolo lavoratore» e ostentando pose “antiborghesi”, si fecero pagare dalla grande borghesia per colpire, sovente uccidere, i rappresentanti dei lavoratori. Cialtroni in ogni fibra del loro essere, continuarono a baloccarsi con   vuoti proclami “anticapitalistici” anche molto dopo la presa del potere, a regime consolidato, quando il fascismo era ormai la forma politica  del capitalismo italiano e il braccio politico di Confindustria. Lo ha raccontato nel  modo migliore non un marxista, ma un liberale, Ernesto Rossi, nel suo classico I padroni del vapore. La collaborazione fascismo-Confindustria durante il ventennio (1955, ripubblicato da Kaos nel 2001).
Il fascismo è un fascio di false soluzioni a problemi veri falsificati. False soluzioni che retroagiscono sui problemi veri, aggravandoli.
È necessario capire come funziona la macchina mitologica fascista, sfatando gli equivoci che la circondano e smontando le narrazioni tossiche che produce. Bisogna imparare a contrastarla sempre meglio, per impedire o almeno rendere più difficile la cattura di energie conflittuali e il loro dirottamento su lotte surrogate, lotte che separano il «noi» dal «loro» in modi truffaldini e malati, lotte che dividono chi dovrebbe invece unirsi, che fanno perdere  tempo prezioso.
Per quanto sia controintuitivo, non ci si può occupare al meglio di cambiamento climatico, o di lotta alle grandi opere inutili, o di lotte nel mondo del lavoro, se non ci si occupa anche del fascismo. Contrastare il fascismo non


è occuparsi di un diversivo, ma della macchina che produce i diversivi, per distruggerla. Non può esserci anticapitalismo senza  antifascismo.

La querelle su Predappio e l’eventuale museo del fascismo, con tutto il demerito dell’operazione e i demeriti dei suoi propagandisti, ha il merito di offrirci una sintesi di quasi tutti i clichés e gli elementi narratossici prodotti dalla macchina mitologica. È un utilissimo “studio di caso”. Analizzandolo, si vede come le fallacie logiche, le aporìe, i paralogismi tipici del discorso fascista influenzino anche i discorsi di chi fascista non è, ma ed è il minimo che   si possa dire ha tenuto la guardia bassa nei confronti del «post-antifascismo».